Addio a Renato de Falco, la Treccani di Napoli

3-Copertina di Alfabeto napoletanoDi lui il grande giornalista Gaetano Afeltra disse che era “la Treccani di Napoli”. Pura verità, confermata da chiunque abbia passato un quarto d’ora in sua compagnia: come un Archimede partenopeo, gli davi una parola (napoletana) e lui ti sollevava un mondo di idee intorno.
Ma di tanti geni che si ritengono enciclopedici, Renato de Falco non aveva né la spocchia né la saccenteria. Insomma, per dirlo con una parola a lui cara, non si frusciava. La lingua napoletana era la sua casa, però le porte erano sempre aperte. Ne sa qualcosa chi fa il giornalista, e ogni tanto ricorreva a lui per conoscere il significato autentico d’una espressione dialettale (e lo sento di lassù già gentilmente correggermi per l’aggettivo dialettale riferito all’idioma partenopeo), o semplicemente per sciogliere un dubbio circa l’esatta grafia, gli accenti, le elisioni e le apocopi da mettere al punto giusto. La sua facondia era leggendaria nelle redazioni dei giornali: e talvolta interrompevamo un po’ bruschi la telefonata subito dopo aver ricevuto da lui la preziosa informazione, col rimpianto di non poter continuare ad ascoltare quelle deliziose lezioni da cornetta per colpa del maledetto “pezzo” da chiudere.
Napoletano di quelli di cui s’è perso ormai lo stampo, l’avvocato, scrittore, giornalista, autore teatrale, filologo o in poche parole uomo di profondissima cultura niente affatto “locale”, Renato de Falco fu soprattutto un magnifico “dilettante” se per dilettante si intende qualcuno che trae diletto dalle sue passioni, e sa condividerle con gli altri, dilettandoli. Titolo da cui deriva la sua seconda, e ugualmente affascinante, caratteristica: de Falco è stato (e resta, attraverso i suoi libri) un grande divulgatore di una materia, la lingua napoletana, che a molti suona indigesta, e a molti altri scontata. Invece nell’etimologia secondo de Falco nulla è banale, e tutto prende una forma piacevolmente inattesa sotto la luce dell’intelligenza e dell’ironia di un erudito che sapeva comunicare con straordinaria affabilità. Per rendersene conto, bastava incontrarlo alle “prime” del San Carlo o del Politeama, conversare con lui mentre fumava sigarette con la calma di un dignitario ottomano, oppure sfogliare il suo millanta volte rieditato “Alfabeto Napoletano”, millecinquecento e più termini partenopei dalla A di Abbabbia’ alla Z di Zumpa’, con le centocinquanta parole per definire le parti del corpo umano, i sessanta sinonimi di denaro, le ottantacinque specie di percosse manuali. Ma a me piace ricordare quella volta in cui gli chiesi di illustrarmi il suo pensiero a proposito della ricetta della “genovese”, vero rompicapo gastro-etimologico in quanto tale piatto è sconosciuto a Genova, né si ricorda un cuoco Genovese di generalità o di natali che potesse aver dato nome alla ricetta. De Falco (anche un Accademico della cucina, se non erro) riuscì a sorprendermi illustrando la sua teoria dell’equivoco. Secondo cui “genovese” non indicherebbe appartenenza al capoluogo ligure, bensì alla nazione Svizzera: genevois, cioè non di Genova bensì di Ginevra, Genéve, da cui salsa ginevrina, genevoise, storpiata dai napoletani in genovese. Solo lì, a Ginevra e dintorni, all’epoca, c’era l’abitudine di mangiare carne stufata con cipolle, uso sconosciuto a Genova e dintorni. Non so se la spiegazione defalchiana fosse pienamente attendibile (molti gastrocritici la contestano, e questo è già un buon segno), ma è certo la più fantasiosa, ironica e colta: fatto sta che da allora, ogni volta che mi trovo davanti a un piatto di Genovese, la gusto più di prima e rivolgo sempre un pensiero grato al Maestro.
A lungo i napoletani lo hanno incontrato e apprezzato, oltre che sulle pagine dei suoi libri, anche nelle oltre 500 puntate dell’Alfabeto napoletano tv (all’origine del volume): una parola a puntata spiegata in venti minuti con il suo personalissimo stile colloquiale, quasi teatrale. Una funzione “didattica” (svolta anche con un corso di lingua napoletana tenuto all’Istituto Grenoble quando il direttore era Jean-Noël Schifano) che in qualche modo lo apparenta su scala cittadina ad un altro grande “alfabetizzatore” napoletano pioniere della tv, il professor Cutolo della celebre rubrica “Una risposta per voi”.
Il ragazzino di Cariati timido, solitario, studioso e introverso era diventato un volto riconosciuto e apprezzato dai suoi concittadini, soprattutto da quelli che di Napoli amano la storia ma ne conoscono le contraddizioni e i paradossi (non solo glottologici). Agli altri napoletani, ai boriosi, ai vanitosi e ai vanagloriosi de Falco lascia in eredità un lemma partenopeo da lui rivalutato, e che li definisce perfettamente anche nel suono: ofàni.

(dal Corriere del Mezzogiorno del 1o aprile 2016)

isposte

  1. Grazie ad Antonio Fiore per il ritratto che ha fatto di mio padre, rendendolo per un altro poco vivo e vitale. Sono parole piene d’affetto di chi lo ha conosciuto nel profondo, e gli ha voluto bene. Ancora, grazie.

  2. Bello davvero l’articolo sul grande ‘napoletanista’. Al quale Fiore è accomunato da una rara virtù: pur’isso nun se fruscia.

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